|
Yinka Shonibare (1962) |
| Quando
si parla di dandy, inevitabilmente viene in mente, a qualche bravo anglofilo,
il termine inglese "outsider": l'escluso, l'alieno, colui che
viene messo da parte, o colui che si esclude di sua propria iniziativa dalla
società. In parole povere, colui che preferisce osservare la mischia,
piuttosto che buttarcisi e confondersi con essa. Il razzismo, quale problematica politica e sociale, era già stato dibattuto a sufficienza nel campo dell'arte; l'outsider, in questo caso, lo straniero, bisognoso di integrarsi, di socializzare, è messo al bando perché "diverso", e quindi considerato stupidamente come pericoloso. Yinka Shonibare, di origini africane, ma nato in Inghilterra, ha ritrovato in questo paese le stesse difficoltà dei suoi connazionali emigrati alla ricerca di una vita che ai loro occhi appare migliore. Ma il processo di Shonibare appare già dall'inizio differente, come pervertito, in favore di un'apparentemente innocuo narcisismo, proiettato verso un estetismo artistico per alcuni fine a se stesso, ma non pedantemente moralista come ci si aspetterebbe da chi vuole criticare le origini del sistema occidentale. Tale critica, nelle opere di Shonibare, è subordinata alla ricerca della bellezza dell'oggetto in sé, e poi è da considerarsi solo in secondo luogo il loro significato allegorico. La diversità di Shonibare, non solo di idee, di concetti e di passioni, appare agli occhi del razzismo occidentale come la mostruosità fisica simbolo di perversione di Dorian Gray: sulla sua stessa pelle. Anziché ignorare o rassegnarsi alla cosa, Shonibare perverte, in modo molto dandy, il sistema fondamentalmente razzista di una certa società: se il pubblico non mi accetta, io lo rifiuto. E così facendo, creando scandalo, egli ottiene un'accettazione in qualità di artista ch'egli non ammette mai come propria, continuando a deridere ironicamente il pubblico, approfittando implicitamente del suo ruolo di artista che, nella società moderna, rimane pur sempre un outsider. "Se vuole che gli si levi la croce dalle spalle, la deve portare bene in alto, in piena luce, e potrà sgusciarne solo avvolto dall'oscurità della propria nudità"; ed ecco che Shonibare, il dandy, "gioca la carta della differenza tollerabile, nella speranza che ciò possa fungere da maschera per le sue intenzioni e i suoi schemi, anziché da camicia di forza che ne ingabbia l'esistenza. Questo è il prezzo del biglietto" (Olu Oguibe). Shonibare però non cade nella banalità dell'eccesso di ideologismo e didascalicità di molta arte politicamente impegnata. L'efficacia dei suoi lavori è affidata a messaggi più raffinati, atti a penetrare e sovvertire, come la seduzione, lo humour, la parodia. Offrendone una replica cambiata di segno, Shonibare rovescia le strutture dominanti dall'interno. Il bisogno di sovvertire, di ribellione dissacratoria e tagliente, di questo artista afro-britannico si palesa nella serie di tableaux fotografici intitolata "Diario di un Dandy Vittoriano" (1998) in cui egli stesso, con una formidabile mescolanza di precisione e ironia, interpreta il personaggio principale della messa in scena, ispirata al ciclo di quadri di William Hogart "La carriera di un libertino" (1732-33). Nei panni della figura iconoclasta del dandy nero, l'artista troneggia al centro di ogni immagine, magnifico e sprezzante, circondato da uomini e donne in costume che, con espressioni enfatiche e gesti esageratamente teatrali, si mostrano vittime del suo fascino. "Shonibare mette in questione le gerarchie visuali a cui siamo mentalmente abituati, ed emenda la tradizione 'alta' della cultura occidentale in cui la figura del nero è praticamente assente, oppure è usata come elemento pittoresco, come 'trofeo', sempre comunque in ruoli subalterni" (Cristina Perrella). Il ribaltamento dei ruoli non è però l'unico sabotaggio operato da Shonibare, il quale, con la patina commerciale, rasentante lo stereotipo kitsch, che si trova nelle sue opere, vuole metterci in guardia dalla Storia privandola d'ogni aura sacrale, insinuando così l'idea che essa stessa possa essere altrettanto falsa della finzione. "Shonibare è affascinato dal processo di seduzione, dal potere della finzione e dalla vulnerabilità del desiderio", e tutto questo si traduce spesso nel suo lavoro per un'inclinazione verso l'eccesso visivo, con un uso smodato dei colori, pattern, bagliori, suggestioni. Come dice lo stesso Shonibare: "L'eccesso è il solo mezzo di sovversione legittimo: rifiuta la povertà e la povertà rifiuterà te. L'ibridizzazione è una forma di disobbedienza, una disobbedienza parassitaria rispetto alla specie ospite, una forma eccessiva di libido, è sesso gioioso. L'unica disobbedienza consentita consiste nell'impossibilità di obbedire a tutti, il produrre un oggetto d'arte che, proprio in virtù delle sue stesse ambivalenze, nega ogni nozione di lealtà. Vorrei produrre il fantastico, cerco di raggiungere l'estasi. Desidero ardentemente il godimento, il mio desiderio di una bellezza radicale mi provoca un genere di dolore che mi colpisce fino in fondo all'anima". La provocazione, lo scandalo sottile, raggiunge il culmine della perfezione estetica, del godimento visivo nelle sue installazioni con manichini decapitati abbigliati con costumi tipicamente settecenteschi, ma riprodotti con stoffe a stampe batik, tipicamente africane. Shonibare ripropone i celebri capolavori del periodo (sono citati esplicitamente artisti come Gainsborough, Fragonard, Hogart), in tre dimensioni, tra trine, pizzi, volant, bagliori dorati, creando ironici cortocircuiti spazio-temporali grazie a dettagli come una stoffa il cui motivo ripete il marchio di Chanel, anche se la testa mancante dei manichini pare ricordare con macabro umorismo che di lì a poco la rivoluzione verrà ad interrompere violentemente la calma di quell'idillio aristocratico di lusso e voluttà. "In tutte le culture gli abiti rappresentano lo spazio deputato per un complesso circuito di forme d'identità, un involucro che cerca di rendere visibile un sistema di desiderii e di aspirazioni, sensoriali e spirituali. Attraverso il modo di vestire si esprime pubblicamente la propria classe sociale, la propria appartenenza etnica, la propria sessualità, ma si dà anche corpo alle proprie fantasie su ciò che si vorrebbe essere" (C. Perrella). Gli abiti sono quindi, secondo un tale punto di vista, una facciata, sintomo di un sé mobile e apparente, mai unico, negoziabile, una sorta di transazione. Gli abiti di Shonibare costituiscono uno schermo ideale per proiettare questa identità negoziabile, polimorfa, che rifiuta di esaurirsi nella dicotomia degli opposti. Appare chiaro perché alla luce di tutto ciò Shonibare sia da vedersi come un autentico dandy moderno, artista nella vita e nell'opera. Ne parla egli stesso in questi termini: "L'esteta etnico è permanentemente folle. Direi addirittura che un esteta etnico savio è una tragedia, perché incapace di accedere al privilegio concesso solo ai folli. L'esteta etnico decentrato è il più grande incubo della categorizzazione storica: ciò che è essenzialmente astorico rifiuta la storia. Un vero esteta degenerato deve oltrepassare i confini, deve camminare su un territorio proibito. Il degenerato etnico deve disubbidire, ma la sua disobbedienza non deve essere mai degenerata, deve restare costantemente dignitosa. Il degnato etnico deve abbigliarsi per impressionare, il dandismo per il degenerato è tutt'altro che frivolo, è un modo di prendersi la propria libertà. L'esteta etnico deve avere un'eleganza che si impone, perché questo è un affronto allo status quo. Il piacere nel vestire è il gesto più assertivo che possa essere fatto dal già degenerato. Un degenerato che presta attenzione all'abbigliamento mette in atto una provocazione imperdonabilmente gloriosa. Come dice Oscar Wilde: il dandismo è l'affermazione dell'assoluta modernità della bellezza". |
![]()
![]() I due dandies, (2001)
![]() ![]() Diario di un Dandy Vittoriano, (1998)
Il ritratto di Dorian Gray, (2001) ![]() Il ritratto di Dorian Gray, (2001) ![]() ![]() |