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RACCONTI DI SOLIDARIETA'

Tutti dicono "Auariù"

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TUTTI DICONO “AUARIÙ?”
Korogocho vista da vicino

di Simone Sereni

Cammino a testa bassa su uno dei “viali” polverosi che solcano Korogocho, la baraccopoli (lo slum) di Nairobi, divenuto un simbolo globale del degrado e della miseria degli uomini (soprattutto di quelli che ne permettono l’esistenza). Il paradigma di tutte le baraccopoli dell’Africa (di cui si parla quasi mai). E il luogo simbolo della predicazione e del grido missionario di padre Alex Zanotelli, che, volente o nolente, è divenuto un po’ un simbolo anche lui.

Cammino a testa bassa perché sono stanco. È tutta la mattina che, con una ventina tra giornalisti e fotografi, ci aggiriamo indiscreti come un gruppo di giapponesi al Bioparco di Roma o, se volete, un po’ cinici e distanti come la corte del primario al capezzale del malato in ospedale … qualcuno che conosce ed è conosciuto (ed accettato) dalla gente, ci guida a tappe in quello che Zanotelli ha chiamato “l’inferno”, uno spazio rimosso dalle coscienze dagli uomini (ma, è il caso di dire, non da Dio), un’arena dove la tensione si taglia a fette e la violenza è il linguaggio della quotidianità. È faticoso tenere la concentrazione, controllare i propri gesti, i propri sguardi, affinché nessuno si senta troppo offeso dalla nostra presenza a tal punto da fare qualcosa … sento che hanno ragione.
Cammino a testa bassa perché il sole è uscito finalmente a riscaldarci affacciandosi tra le nuvole, una specie di squarcio proprio sopra Korogocho, un segno, come in un perfetto copione di una storiella a lieto fine. Ma è solo sole. E polvere.
Cammino a testa bassa, soprattutto per l’imbarazzo, per la vergogna di guardare in faccia anche uno solo delle decine di volti che ho intravisto e che resteranno solo un ricordo una volta salito sull’aereo che mi porta a casa. Poche ore non sono abbastanza per mettersi dritti sulla schiena e senza pericolosi e comodi complessi di colpa di fronte alla durezza della vita di questa gente.

Ci sono tantissimi bambini. Uno scintillio di occhi e curiosità che fa pensare a quanto sia forte e tenace la vita, anche qui. Forse guardano le nostre cose (siamo tutti, nel limite del possibile qui dove siamo, vestiti e equipaggiati in modo molto sobrio, a parte le macchine fotografiche nascoste sotto le giacche). Forse vorrebbero solo domandarci da dove veniamo e perché siamo lì sotto casa loro. Sta di fatto che nessuno stende le mani, nessuno ci chiede niente, né denaro né compassione. Qualcuno si avvicina per salutare e chiede “come stai?”, how are you? Ora mi sembra ci accomunino poche parole di un inglese scolastico e io tento di rispondere secondo l’etichetta, come fossi in un pub inglese; quasi sorpreso che anticipino la sola domanda che saprei fargli … Così uno, e poi due, tre bambini di seguito; e poi altri si uniscono, ci seguono. Così quasi tutte le porte delle baracche si aprono a cascata mentre risaliamo il viale e la domanda di uno diventa il coro, alto, forte, continuo e, mi pare ora, irridente di tantissimi occhi…Auariù? Auariù? Auariù? Auariù? Non smettono.

Abbasso di nuovo la testa, tiro dritto … mentre l’eco si allontana e mi infilo nel pulmino, ho capito. Non è un saluto, ma una sentenza: questi sono i bianchi Auariù, quelli che vengono a vedere “lo spettacolo”, ti chiedono “Come stai?” e poi se ne vanno … per sempre.

 

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